CAPE 31 ITALIA INTERVISTA MARK MILLS, IL DESIGNER DEL CAPE 31

Savona – A poco più di mese dalla notizia che Savona Shipyard è diventata distributore esclusivo per l’Italia del veloce e dinamico Cape 31, abbiamo intervistato Mark Mills per parlare della genesi di questo progetto costruito da Cape Performance Sailing Ltd che, a cinque anni dal lancio, si sta rivelando essere un grande successo dal punto di vista commerciale. A oggi, infatti, sono una cinquantina le barche naviganti a livello globale, con flotte in espansione negli Stati Uniti e in Mediterraneo, dove sarà concentrata parte dell’attività agonistica programmata dalla Classe Internazionale per il 2023.

Mark Mills, irlandese e titolare di Mills Design Ltd, deve la sua notorietà a una serie di progetti innovativi e vincenti, la cui eredità è ben visibile nel concept del Cape 31. Le sue linee sono tra le più apprezzate tanto nel mondo delle regate one-design (IC37 per il New York Yacht Club) e a compenso (ORC e IRC), quanto tra gli armatori dei one-off, si pensi infatti a Flying Nikka, il Walycento Tango, il Maxi 72 Alegre. Più volte insignito di importanti riconoscimenti, ha ottenuto tra gli altri il Foiling Award 2022, gli Asian Marine&Boating Best Design 2010 e 2015 e il titolo di Boat of the Year. Membro del Comitato Tecnico RORC e Associato di Ricerca ORC, Mills è stato uno dei primi membri del comitato che ha portato alla nascita del rating HPR e successivamente è entrato a far parte del comitato consultivo della Sailing Yacht Research Foundation (SYRF).

D: Come nasce una barca da regata?
MM: Nella produzione di un nuovo yacht, la mia filosofia è quella di sviluppare e mantenere un concetto di design ben definito, la cui natura e integrità determineranno il carattere del prodotto finale. Nel tentativo di mantenere un concetto di design chiaro, abbiamo scoperto che, con un’attenta analisi, i requisiti complessi sono spesso soddisfatti con soluzioni discrete e semplici, e la semplicità è la chiave del successo nella navigazione agonistica. Tutti i nuovi progetti iniziano da un dialogo con il cliente su ciò che desidera e sul modo migliore per realizzarlo.

D: E’ stato così anche nel caso del Cape 31?
MM: Esattamente. Il Cape 31 nasce da un’idea di Lord Irvine Laidlaw armatore di Highland Flying che, dopo aver navigato tanto in Sudafrica, mi ha chiesto di progettare un racer puro capace di esaltarsi con le variegate condizioni locali. Davvero, la barca è nata così: non c’è stata alcuna idea commerciale, o il desiderio iniziale di vederla navigare negli Stati Uniti o in Europa. Gli esemplari dovevano essere cinque. Libero da ogni parametro ho potuto, come detto, concentrarmi esclusivamente sul design e sul rispetto del semplice brief iniziale: una barca veloce e dalle linee semplici.

D: Era qualche anno che la fascia compresa tra i nove e i dieci metri aveva poco da offrire: pensi che questo dettaglio possa aiutare il Cape 31 ad affermarsi?
MM: Penso che questo possa aiutarlo molto in tutti quei paesi dove ci sono limitazioni legislative legate alle dimensioni delle barche. Più in generale, una dimensione ridotta vuol dire costi di produzione e di gestione contenuti, semplificazione del team e della logistica, con la conseguenza di meno pensieri e più divertimento. E’ un fatto raccontato dall’espansione delle flotte dei one-design più piccoli, dove sono da tempo presenti anche armatori solitamente protagonisti di altre ribalte.

D: Chi ha navigato sul Cape 31 racconta di una barca capace di spunti impressionanti non solo alle portati: pare che questa barca cammini tanto anche di bolina…
MM: Cerco sempre di avere progetti che siano il più bilanciati possibili, perchè penso che una barca debba avere importanti doti boliniere ed essere il più marina possibile, ma devo dire che con linee così votate alla performance non è stato facile. Per farla camminare bene alle portanti vuoi che sia il più possibile leggera, ma questo, va da sé, influisce sulla stabilità e quindi non potrà mai camminare bene di bolina. Ed è proprio in questo che il Cape 31 è venuto diverso, vuoi grazie alla larghezza dello scafo, che è stata evidentemente azzeccata, vuoi anche per la qualità della costruzione, accurata al punto da aver realizzato un manufatto leggero ma rigido, capace di un eccellente passaggio sull’onda.

D: Raccontavi prima che la barca è nata senza alcuna aspettativa verso il mondo delle regate a compenso, eppure…
MM: Che fosse una barca così performance nelle regate a compenso, specie in IRC, non era assolutamente previsto, ma il Cape 31 sin dalle prime uscite si è rivelato molto a suo agio quando deve correre contro il cronometro. E’ un dettaglio che la rende interessante anche per quegli armatori che amano confrontarsi nelle classiche o su campi di regata diversi da quelli della monotipia.

D: Sei dovuto scendere a qualche particolare compromesso per rendere la barca trasportabile in un container di 40″?
MM: Assolutamente no, ma immaginare di doverla far stare in un container di 40″ una volta disarmata è stata una sfida divertente da affrontare. Penso che l’unico compromesso, che poi, come abbiamo avuto modo di spiegare, ha portato a uno degli aspetti più apprezzati, sia stata proprio la lunghezza: date le proporzioni, farla più lunga non l’avrebbe fatta entrare nel container in larghezza. Alcune idee interessanti le abbiamo tirate fuori per l’albero, che si divide in due, e sulla suspendita, che permette operazioni di alaggio e varo molto più rapide.

D: Hai disegnato barche come Flying Nikka e maxi come Alegre: rappresenta ancora una sfida allettante disegnare un one-design di 31 piedi?
MM: Da un certo punto di vista è più sfidante un progetto come quello del Cape 31 perché sono tante le cose che devono allinearsi. Devi avere il disegno vincente, il costruttore bravo, che lo realizza al prezzo giusto, l’associazione di classe che fa un lavoro di promozione adeguato e organizza regate competitive in modo da coinvolgere con costanza gli armatori. Sono innumerevoli aspetti, non sempre controllati direttamente da te. Progetti come Flying Nikka, o come altri one-off, seguono strade meno travagliate.

D: In quasi ogni pagina delle specifiche della barca si fa riferimento al fatto che i vari componenti sono realizzati nel rispetto dei progetti forniti da Mills Design: sei contento di come i tuoi standard vengono applicati?
MM: Molto: Cape Performance Sailing Ltd, il cantiere che la produce, lavora davvero bene e questo porta a manufatti che sono realizzati esattamente come li ho immaginati con i miei collaboratori. Oltre a questo c’è un altro dettaglio che è indispensabile quando si parla di monotipia: tutte le barche devono nascere, e nascono, assolutamente identiche. A oggi abbiamo una cinquantina di barche naviganti e vi posso garantire che sono una l’esatta copia dell’altra: è qui che una classe one design si gioca buona parte della sua credibilità. Resta poi da sottolineare che il rapporto qualità-prezzo è assolutamente vantaggioso: i costi sono difatti assolutamente ragionevoli se si pensa alle emozioni che la barca è in grado di regalare.

D: Che capacità produttiva ha il cantiere in questo momento?
MM: A oggi Cape Performance Sailing Ltd garantisce la consegna di due barche al mese, per un totale di ventiquattro barche l’anno ma, visto l’interesse crescente e il numero di nuovi ordini, stiamo discutendo la possibilità di potenziare la produzione.

D: Che futuro ti immagini per il Cape 31 in Italia?
MM: Sai meglio di me che in Italia la monotipia ha sempre avuto un grande successo e tanti, tantissimi armatori coinvolti a ogni livello. Devo ammettere che, nonostante in Inghilterra i numeri siano importanti, aspetto di vedere quale accoglienza verrà riservata alla barca in Italia dove la monotipia è da sempre tenuta in grande considerazione e da dove provengono alcuni tra i team più impegnati a livello internazionale. Poter vantare una flotta importante in Italia sarebbe quindi sinonimo di successo a livello internazionale e rappresenterebbe la definitiva affermazione del Cape 31.

Per informazioni, preventivi e prove in mare: cape31@savonashipyard.com

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